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La fuga se n’è andata anche oggi e anche oggi è stata ripresa perché, probabilmente, nemmeno questa era giornata da fuga, per come si sono messe le cose. C’è chi si è innervosito, chi si è sbracciato, chi ci ha rinunciato, chi ha ceduto. C’è poi Chris Harper che ha un nome meno altisonante di altri ma una volta scelto il piano di questa giornata svizzera l’ha portato a termine fino in fondo. Aveva più gambe degli altri compagni di avventura?
La strada litoranea delle Cinque Terre è uno dei panorami più suggestivi al mondo. Si snoda da La Spezia a Levanto in uno scenario pazzesco, alternando salite dolci a strappi più severi, attraversando i bivi per Riomaggiore, Manarola, Corniglia e Vernazza, infine Monterosso. Poi la picchiata verso Levanto. Sulla sinistra, mentre pedali, scorgi i borghi e la costa che sono prese d’assalto dai turisti provenienti da tutto il pianeta.
C’è aria di rivoluzione a Liegi. Anzi, c’è aria di rivoluzioni e se c’è di mezzo una bicicletta sono quasi tutte aria fresca. Da queste parti non serve narrare quel racconto secondo cui la vera e unica rivoluzione necessaria, buona e giusta, è quella del bruco che, senza grande rumore, senza alcun clamore, nel silenzio, diventa farfalla. Sì, perché, nella storia, le rivoluzioni ribaltano la realtà esistente ma chissà cosa portano.
Ieri mattina Lennart Jasch si è svegliato e con discreto entusiasmo ha pensato che fosse un altro giorno di corsa. Era felice perché per molti atleti la felicità viene dal poter partire, dall’attaccare un dorsale alla schiena e far parte del gruppo.
Ad Arco, la terza frazione del Tour of the Alps termina come i più si aspettavano: una volata di un gruppo ristretto ad una trentina di corridori che negli ultimi chilometri hanno richiuso sulla fuga di giornata. In testa al gruppo sono ancora in due: Tommaso Dati e Tom Pidcock, Tom Pidcock e Tommaso Dati come l’altro giorno a Innsbruck. Ma, questa volta, accade esattamente il contrario.
Roger De Vlaeminck, uno dei soli tre ciclisti nella storia ad aver vinto tutte le classiche monumento, dopo la sua seconda vittoria alla Parigi-Roubaix disse: «Da campione del mondo di ciclocross, mi sarei rifiutato di correre su un percorso come quello di oggi. Ho ventisette anni, sono troppo giovane per morire». All’Inferno del Nord sarebbe tornato però a correre altre otto primavere, raccogliendo ancora due vittorie e tre secondi posti.
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Se un domani, a Zagora, in Marocco, molti giovani, ragazze e ragazzi, bambine e bambini, conosceranno Casa Miriam, il merito sarà di un viaggio. E, se Casa Miriam nascerà, sarà, in primis un luogo dedicato al talento: alla sua scoperta ed alla sua cura, perché pure i talenti devono crescere, come gli esseri umani, dopo essere nati.
Un giorno, forse, sarà accaduto anche a quelli come Tadej Pogačar. Guardando il mare, come noi questa sera, da qualche parte nel mondo, si sarà avvicinato al padre e, al modo di Stefano Roi, ne “Il Colombre” di Dino Buzzati, avrà chiesto cos’era quella cosa nera che, di tanto in tanto, interrompeva la scia dei bastimenti intenti ad andare per le acque.