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Articles by Lorenzo Marone
Troppo poveri per permettersi di scioperare
Sabato c’era uno sciopero. Non so quanti se ne siano accorti, io, a dire il vero, l’ho scoperto perché non si sapeva se mio figlio entrava a scuola. Ho la sensazione che una volta si scioperasse molto di più, ma, mi sono detto, potrebbe essere uno di quei ricordi falsati che abbiamo del passato, come quando diciamo che da bambini pioveva di meno, o le estati duravano di più. Così sono andato a controllare.
La lunga vita della tartaruga Jonathan
Jonathan è nato nel 1832, in un’isola delle Seychelles, ed è una tartaruga. A quei tempi Napoleone era morto da undici anni, e la nostra cara patria non esisteva ancora come nazione unificata. Il saggio Darwin doveva ancora dare alle stampe L’origine delle specie, ma anche la lampadina, il telefono e l’automobile dovevano essere inventati. E, pensate un po’, quando il nostro amico nacque, nessun essere umano si era mai staccato da terra a bordo di un aeroplano.
La barbarie della pena di morte
Christa Gail Pike è stata condannata a morte e il 30 settembre lo Stato ha tentato di eseguire la sentenza attraverso un’iniezione letale, ma qualcosa è andato storto: Pike non è morta ed è stata trasportata in ospedale, incosciente e intubata. Così un’istituzione dello Stato ha ricevuto il compito di fermare il suo cuore e un’altra istituzione dello stesso Stato quello di continuare a farlo battere.
Il richiamo di un insetto nel Giurassico
Ho scoperto che alcuni scienziati hanno ricostruito i richiami di insetti vissuti nel Giurassico. Non so quanto tempo abbiano impiegato, quanti soldi abbiano speso e soprattutto a cosa possa servire sapere che rumore facesse un insetto che non esiste più da un tempo che faccio persino fatica a concepire. Ed è proprio per questo che la notizia mi è piaciuta. Invero, la prima domanda che mi sono faâ¦
Emma Bonino e le battaglie di libertà
Perciò, saputo della morte di Emma Bonino, protagonista, tra l’altro, anche della vicenda Tortora, ho pensato che fosse giusto cercare di raccogliere i pensieri attorno a questa figura importante della nostra storia. Una donna che si è autodenunciata per gli aborti clandestini, è stata arrestata, ha digiunato, ha combattuto contro la pena di morte, per una giustizia più giusta, per i diritti delle donne e per molte altre cose sulle quali si può naturalmente essere d’accordo oppure no.
La lenta separazionedai figli
Ho capito che crescere un figlio è una lenta perdita di informazioni. Allâinizio sai tutto di lui, quanto ha mangiato, quanto ha dormito, perché piange, dove si trova in ogni momento. Per anni la sua vita e la tua coincidono, sono la stessa cosa, poi dâun tratto, senza che nessuno ti avverta, comincia una lenta (si fa per dire) separazione fatta di cose minuscole: una porta chiusa, una telefonataâ¦
Ogni tanto abbandoniamo lo smartphone
Abbiamo inventato una cosa capace di tenerci incollati allo schermo e poi, preoccupati, abbiamo inventato un’altra cosa che ci avvisa che siamo rimasti incollati allo schermo. È una delle vette della civiltà contemporanea, prima costruiamo la tentazione, poi il contatore della tentazione. La notizia che Meta sarebbe pronta a pagare miliardi per chiudere il contenzioso sulla dipendenza provocata dai social non mi porta a schierarmi dalla parte di quanti, a giusta ragione, si dicono soddisfatti.
La fatica di essere umani
Pare che lâumanità abbia trovato il coraggio di dare un nome alle sofferenze. Non alla paura della morte, allâabbandono o alla solitudine, quelle restano sempre un poâ vaghe nei confini e nelle discussioni, parlo di sofferenze più materiali, tipo il pop-up che copre lâarticolo che volevi leggere, la password che deve contenere una maiuscola, due numeri, un geroglifico e il sangue di un parente, lâ¦
La “colpa” di nascere in una caldera
Mi colpisce che una parte dei commenti provenienti dal nord di fronte alle tragedie del mio popolo non esprimano vicinanza, ma un sottile compiacimento. Anzi, per essere sincero e meno politically correct, mi fa ribollire il sangue nelle viscere. Io non ho mai sentito uno di noi ridere della disgrazia di un altro popolo, semmai il contrario, ho visto empatia, solidarietà e partecipazione. Non ho …
Maradona, Baresi e i nostri lamenti quotidiani
Franco Baresi apparteneva a una generazione di uomini che non si lamentava. Non parlo del talento, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio, ma di quel modo di stare in campo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Basta riguardare una partita degli anni Ottanta: Maradona prendeva calci per novanta minuti e non diceva nulla, Baresi usciva da contrasti durissimi, si rialzava e riprendeva il suo posto.
La difficile estate di chi è solo
Ho scoperto presto che l’estate, per me, è la stagione più difficile. Ma ho sempre faticato ad ammetterlo, come se soffrire sotto il sole fosse un affronto al sole stesso, un peccato contro l’allegria obbligatoria di agosto. Eppure, è così. Ogni giugno sento un allarme silenzioso, il tempo si allarga, gli impegni si diradano, e in quello spazio vuoto, che dovrebbe essere un dono, io mi perdo. Da…
Quel mitra brandito a Montesanto
L’economia può cambiare nel giro di pochi anni, basta una rotta aerea, una moda, un algoritmo, una serie televisiva. La cultura, invece, non obbedisce ai mercati, si muove con la lentezza delle generazioni. Cambiare il modo in cui una comunità concepisce la legge, il potere, il rispetto, la convivenza, richiede un tempo che il denaro non può comprare.
Quel figlio ucciso dal padre perché “diverso”
Un padre ha ucciso il figlio perché era gay. E ha ucciso anche la moglie, che quel figlio aveva cercato di difendere. Una storia che fa orrore. Anche per come è stata raccontata. “Il padre non accettava la scelta del figlio”. La scelta. Una parola apparentemente innocua, che però contiene già un processo. Perché se qualcosa è una scelta, allora può essere giusta o sbagliata. E se può essere sbagl…
La bellezza della giovinezza inconsapevole
Poi cresci, e scopri che quelli non erano esami, ma prove generali, gli esami veri arrivano dopo, quando devi imparare a lasciare andare le cose, quando un genitore si ammala, quando perdi un lavoro, quando diventi padre e ti affidano un essere umano senza averti fatto seguire nemmeno un corso di istruzioni, quando il tempo, che fino a ieri sembrava infinito, comincia a comportarsi da avaro. Per questi esami non esiste programma, né commissione, e nemmeno il compagno secchione da cui copiare.
A chi fa paura l’educazione sessuale
Il governo ha approvato di recente una norma che prevede il consenso dei genitori per le attività scolastiche che affrontano temi sessuali. Evidentemente c’è chi teme che i ragazzi possano essere influenzati, confusi e indirizzati da un insegnante. A colpirmi non è tanto la norma in sé, ma il fantasma che la accompagna.
Le città hanno perso i colori
Un tempo le città erano più brutte e caotiche, persino più kitsch, però erano vive cromaticamente: le automobili erano arancioni, verdi, rosse, gialle o azzurre. I bar avevano insegne improbabili, i palazzi tende variegate, le cucine piastrelle color senape; c’era una specie di diritto all’eccesso, e anche il cattivo gusto aveva dignità. Oggi invece il mondo sembra progettato per non disturbare, …
Ansia da virus
Ci risiamo. Basta una parola nuova, una foto sfocata di una nave in quarantena, un titolo scritto in maiuscolo e il nostro sistema nervoso torna automaticamente al 2020. Hantavirus. Già il nome sembra scritto apposta per inquietare: se contiene una H e finisce in virus, noi italiani ormai sentiamo direttamente il rumore delle conferenze stampa delle diciotto.
Il calcio senza più verità
Il calcio italiano è probabilmente l’unico sistema al mondo in cui puoi avere tutta la tecnologia possibile e continuare a non capire niente. Abbiamo il Var, le linee tracciate al millimetro, le telecamere da ogni angolazione, la moviola, gli audio, le spiegazioni ufficiali, le spiegazioni delle spiegazioni e, nonostante questo, ogni domenica si ricomincia da capo, come se fosse la prima volta che qualcuno fischia un fallo.
L’edicola trasformata in un teatro
C’è una mano che nasce al Sud e non chiede il permesso a nessuno. Non ha rughe, non ha memoria apparente, eppure dentro porta secoli di tentativi, di aggiustamenti, di soluzioni trovate con niente. È una mano che somiglia a quelle che stringevano bulloni nelle officine di provincia, che tenevano insieme motorini con lo spago, che trasformavano un guasto in un’idea. Solo che oggi non ripara più: inventa. Ci hanno insegnato a raccontarci come un luogo in ritardo, una terra che guarda partire e resta.
L’ora legale e il tempo che sfugge
Stamattina è suonata la sveglia e per qualche secondo non abbiamo capito dove eravamo finiti, il corpo diceva una cosa, l’orologio un’altra. Ci siamo alzati con quella sensazione strana di essere in ritardo su qualcosa che non avevamo deciso noi. Il caffè era più amaro, la luce più forte del necessario, e pure le parole uscivano storte. Ma a metà giornata ce ne dimenticheremo. Come facciamo sempre: anche quando perdiamo qualcosa, troviamo un modo per andare avanti lo stesso.
Il fantasma rimosso del Covid
Questa cosa che sta succedendo a Napoli â il focolaio, le parole che tornano, i titoli che si rincorrono â non riguarda davvero il presente. O meglio: lo riguarda solo in superficie. Sotto, molto sotto, tocca qualcosâaltro, un nervo che non abbiamo mai davvero guardato. à come se avessimo un livido che non vediamo più, ma che continua a fare male appena qualcuno ci passa sopra con un dito. Perchâ¦
Giustizia, il dissenso dei liceali
Qualche giorno fa, a Napoli, hanno portato un gruppo di studenti a un convegno sul referendum. Un incontro “formativo”, così era stato presentato. Formativo nel senso che qualcuno doveva spiegare ai ragazzi come si vota. O meglio, come si vota giusto. Che non è esattamente la stessa cosa. Gli studenti si siedono, ascoltano, aspettano. Dopo un po’ però succede una cosa curiosa: tutti quelli che parlano la pensano allo stesso modo.
Formula social: meglio distrarre che far pensare
Qualche settimana fa ho pubblicato un post politico sui social. Commentavo un discorso di Trump, niente di particolarmente rivoluzionario, unâopinione come tante. Dopo però mi sono accorto di un calo di interazioni sui miei social, così, parlando con persone più esperte, ho scoperto una cosa curiosa: quando pubblichi contenuti politici la visibilità dei tuoi post tende a diminuire. Pare che gli aâ¦
Sanremo e il tempo che passa
Quest’anno ho capito che a cinquant’anni sei ufficialmente fuori dal mondo. Non per legge, per playlist. Accendo Sanremo e conosco tre nomi, forse quattro, se mi concentro. Gli altri mi guardano dal televisore con una sicurezza generazionale che mi mette quasi soggezione. Hanno milioni di follower, milioni di streaming, milioni di qualcosa. Io ho milioni di domande. Durante la prima esibizione scrivo il nome del cantante su Google, il correttore lo cambia tre volte.
Il dolore raccontato in diretta
Un teatro vive di materiali fragili: legno, stoffa, fili, carta, polvere luminosa. Perciò brucia due volte: la prima nelle strutture, la seconda nell’idea che esistano luoghi in cui il mondo possa restare fuori, almeno per un’ora. Dobbiamo ricostruire subito il Sannazaro. Perché un teatro si può rimettere in piedi: il legno si sostituisce, le quinte si rialzano, le luci si riaccendono. Mentre il nostro teatro finiva in cenere, in questa stessa città un bambino lottava per un cuore che non ha retto.
Come raccontare il lutto. "Inventario di ciò che resta dopo che la foresta brucia"
C’è un modo discreto e potentissimo di raccontare il lutto, ed è quello che passa dagli oggetti. Il libro Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol sceglie questa strada con una lucidità rara: non racconta il dolore frontalmente, eppure lo fa esistere in ogni pagina, lo affida alle cose. A ciò che resta quando tutto il resto è andato perduto, quando la vita ha già fatto il suo incendio e si è ritirata lasciando cenere, silenzio, e pochi frammenti intatti.
Parco dei Lattari, lungo i sentieri dell’inclusione
Quando si parla di inclusione si rischia sempre di scivolare nelle parole giuste e nei gesti sbagliati. L’inclusione non è un sapere da esibire né una morale da servire a tavola nei giorni di sole. È qualcosa di più semplice e più difficile: un sentire. Perché prima o poi tutti facciamo esperienza dell’esclusione. Non solo nella disabilità, ma in mille forme quotidiane e invisibili: quando non veniamo ascoltati, anche se parliamo. Quando entriamo in una stanza e nessuno si gira.
Franco Battiato e l'impossibilità di stare in due ore
Sono andato al cinema a vedere Franco Battiato – Il lungo viaggio, in sala solo il 3, 4 e 5 febbraio, con un sentimento misto di curiosità e gratitudine. La gratitudine viene prima di tutto, perché Franco Battiato non è stato soltanto un musicista, e ogni tentativo di raccontarlo nasce già da un atto di rispetto. La curiosità, invece, riguarda sempre il rischio: cosa resta di una vita così vasta quando si prova a contenerla in due ore? Il film, va detto subito, è bruttino. Irrisolto, a metà.
La frana silenziosa di Niscemi
C’è una parola che non abbiamo in italiano: desamparo, e non vuol dire solo abbandono, ma qualcosa di più profondo. La usano in spagnolo e in portoghese e indica la sensazione di essere lasciati soli davanti a qualcosa che cede, che crolla. Penso a desamparo mentre guardo le immagini della frana di Niscemi. Nessuno è morto, ma è venuto giù il terreno sotto i piedi di un’Italia periferica, che frana senza che nessuno si volti. Non è solo una questione di geologia, ma di politica, ovvio.
Il lungo monologo del potere
Non è un dettaglio, è già una posizione politica. Un discorso di settantadue minuti non serve a convincere, ma a occupare spazio. È un modo per dire: ci sono io, e resto. Il tempo, in politica, è sempre una forma di potere. Al Forum di Davos, dove si va per parlare di futuro, Donald Trump ha scelto il passato più antico: il monologo. Un flusso continuo, ripetitivo e autocelebrativo.
L’età precisa che ci portiamo sempre dentro
A un certo punto ho capito una cosa che non mi avevano spiegato bene: non si cresce mai del tutto. Si invecchia, quello sì. Si impara a funzionare, a rispondere alle mail, a pagare le cose, a sembrare affidabili. Ma dentro, molto dentro, si resta fermi a un’età precisa. Non uguale per tutti. C’è chi è rimasto a sedici anni, chi a venti, chi a venticinque. Come se una parte di noi fosse stata ibernata lì, nel momento esatto in cui ha capito chi era e cosa desiderava.
Le emozioni contano più della tecnologia
Abbiamo lentamente sovrapposto le due cose: progresso e tecnologia. Come se fossero sinonimi. Come se bastasse rendere le macchine più intelligenti per rendere migliore anche l’essere umano. Ma il progresso non è un aggiornamento di sistema, non è una corsa in avanti: è un movimento interiore. Se l’uomo resta immobile, confuso, disabituato a sentire, allora la tecnologia non è progresso, è solo velocità. È rumore che aumenta. Un essere umano progredisce quando torna a cercare.
La realtà filtrata dai telefonini
Mi tocca un compito difficile, perché le parole in questi casi rischiano di essere una violenza ulteriore. Eppure, ho l’impressione che stavolta scrivere abbia senso, per provare a capire. Alcune immagini continuano a tornare, per interrogarci: adolescenti che riprendono con il telefono invece di scappare. Non è un’accusa, sarebbe disumano, è una domanda che riguarda noi tutti. Abbiamo detto giustamente che a sedici anni il senso del pericolo è fragile, che l’idea di essere mortali arriva tardi.
Un inventario contro la scomparsa
C’è un modo discreto e potentissimo di raccontare il lutto, ed è quello che passa dagli oggetti. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia sceglie questa strada con una lucidità rara: non racconta il dolore frontalmente, eppure lo fa esistere in ogni pagina, lo affida alle cose. A ciò che resta quando tutto il resto è andato perduto, quando la vita ha già fatto il suo incendio e si è ritirata lasciando cenere, silenzio, e pochi frammenti intatti.
Quando il mondo cambia orbita... e noi restiamo indietro
Il nuovo album di Caparezza sembra scritto apposta per me, per chi oggi ha cinquant’anni e si guarda intorno con una sensazione difficile da nominare. Si intitola Orbit Orbit ed è molto più di un disco musicale: è una riflessione lucida sul momento storico che stiamo attraversando e sull’età in cui ci troviamo a viverlo.
La generosa resistenza degli ospedali
Negli ospedali della nostra città il tempo ha un modo tutto suo di scorrere: le ore si allungano come corridoi, dodici, tredici, a volte di più, e intanto la gente resta lì, distesa sulle barelle come in una piccola stazione senza treni, aspettando che qualcuno pronunci il proprio nome. È strano: in un luogo dove si dovrebbe correre, tutto rallenta.
Io nel corteo delle api senza rotta
Le api stanno perdendo la strada, lo dicono da più parti, da più tempo. Loro, perfette, diligenti, operose, sono ormai in tilt per colpa del mondo che abbiamo acceso attorno: i campi magnetici, i pesticidi, le onde, i rumori, tutto interferisce. Accade così che alcune escano dall’alveare e procedano come se fossero ubriache: partono dritte, poi sbandano, tornano indietro come se si fossero dimenticate qualcosa, e alla fine non rientrano più nell’arnia, scomparse per sempre nel mare magnum.
Il futuro ha radici lente
Ho letto di quasi quattromila nuovi alberi piantati a Napoli, una notizia semplice, timida, passata in sordina. Direte, non sono poi tanti. Direte, non servirà a niente se poi non li curano; direte, già vi sento: “Prima sistemate i marciapiedi”. Discutiamo sempre e solo dell’oggi, dell’immediato e mai del dopo. Perché è proprio questo il punto, un albero non serve oggi. Ed è proprio questo a mandarci in crisi, abituati come siamo a misurare tutto in risultati immediati.
Tangenziale eterno cantiere da nove mesi
Sono passati (quanti?) otto, forse nove mesi da quando la Tangenziale di Napoli chiude ogni notte per lavori. L’orario è sempre lo stesso: da mezzanotte alle sei del mattino, puntuale come un mantra. Ieri, per dire, la chiusura riguardava la zona Arenella. Tratto dopo tratto, uscita dopo uscita, la scena si ripete: una corsia bloccata, una deviazione, un messaggio lampeggiante che ti dice di rallentare, ma intanto ti acceca, e così non vedi la svolta giusta.
Le farfalle del giorno dei morti
C’è qualcosa di bellissimo nel modo in cui alcune culture guardano alla morte. Ogni popolo trova un modo diverso di fare pace con la perdita, alcuni la temono, altri la negano, altri ancora - come i messicani - la accolgono come parte della vita stessa. Forse perché comprendono che ricordare non significa restare fermi, ma continuare a camminare accanto a chi non c’è più. Gli scienziati dicono che si orientano grazie al magnetismo terrestre, o alla posizione del sole.
I fili tra i balconi e quelle vite che si univano
Un tempo, tra un piano e l’altro, tra le case storte e sovrapposte della città, si tendevano fili - visibili e invisibili - che cucivano insieme le giornate. Non erano solo per i panni, sopra ci passavano le parole, e gli affetti: un gesto con la mano, un uovo chiesto in fretta, un silenzio buono. Bastava affacciarsi, e qualcosa succedeva, un saluto, una domanda, una risata che passava da una finestra all’altra al pari dello scirocco d’estate.
La scuola in soccorso dei libri
In Italia si legge poco e male. E sarà sempre peggio, ahimè. I ragazzi non vedono adulti leggere, non sentono un padre raccontare di un romanzo, non guardano una madre aprire un volume la sera. I libri, nelle case, stanno sparendo. E con loro anche il tempo lento e silenzioso che serve per amarli. E allora? Allora deve subentrare la scuola.
Stare male è un affare di marketing
Una volta c’era il dolore, e c’erano il vino, gli amici e il silenzio. Ora c’è il male e c’è il percorso di crescita personale. La sofferenza non può più essere solo tale: dev’essere affrontata, compresa, elaborata, possibilmente monetizzata. Ci vogliono tre meditazioni guidate, due rituali alla luna piena, un bagno sonoro e un abbonamento mensile all’app che ti insegna a respirare. Il nuovo mantra collettivo è: “Se stai male, è perché non stai lavorando abbastanza su di te”.
Il potere dal volto disumano
C’è un senso di impotenza che ci attraversa tutti. Davanti a ciò che accade nel mondo, alle guerre, ai genocidi, all’inaccettabile, sentiamo che non possiamo fare nulla. E forse è vero. Perché il mondo è ormai deciso da pochi, da pochissimi. Limitati uomini che spostano i destini di miliardi con un cenno del mento, una firma, un algoritmo. Noi viviamo nelle conseguenze, nei margini, nei bordi. E siamo tanti, tantissimi, ma scollegati, disarmati non per mancanza di armi, ma per eccesso di distanza.
La mia libreria chiusa domani per genocidio
E noi? Guardiamo, postiamo, parliamo a bassa voce. Siamo diventati emotivamente analfabeti. Anestetizzati. Intanto i potenti della Terra decidono cosa vale una vita e cosa no, parlano di “contesti”, di “diritto alla difesa”, di “equilibri delicati”. Ma non è geopolitica, questa, non è strategia, è un crimine che avviene sotto gli occhi di tutti.
La civiltà perduta lungo la Domiziana
La scorsa settimana, per andare a Formia, mi sono trovato a percorrere la Domiziana. Ho imboccato la strada verso Castel Volturno, poi ho attraversato Pinetamare, Mondragone, e mi sono chiesto come sia possibile che tutto questo esista ancora. Com’è possibile che, a un’ora da Napoli e da Roma, in una regione che ospita le coste più belle del Mediterraneo, ci sia un pezzo d’Italia così fuori da ogni logica?
La dittatura dell’eterna connessione
Dalle finestre, avete notato, ogni sera, non giungono più canzoni, ma urla. Urla di coppie che si rinfacciano tutto quello che hanno taciuto per anni, di genitori esasperati, di figli che sbattono le porte. Urla di anziani rimasti soli, di ragazzi che litigano per strada, di qualcuno che piange e chiede di essere lasciato in pace. Secondo l’Oms, un miliardo di persone nel mondo soffre di disturbi mentali. Un miliardo. In media, una persona su otto. Ci si ammala di più, ma si cura di meno.
Napoli, tanti indignati ma solo per Decibel Bellini
In città, negli ultimi giorni, la notizia più sconvolgente non è la tangenziale chiusa di notte da due mesi, che costringe automobilisti insonni a traiettorie da romanzo kafkiano; né l’operaio precipitato da sei metri in un cantiere a Fuorigrotta, né l’ingegnere pestato da una baby gang davanti ai figli e alla madre. E nemmeno i negozi storici che abbassano la saracinesca per sempre, o gli anziani che si vedono recapitare sfratti perché il loro monolocale fa gola al turismo breve.
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